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Racconti
IO CHE NON ABITO LA VOSTRA VITA.

Mentre bevevo una tazza di tè seduta davanti al computer, mi sono ritrovata a pensare a qualcuno che non conoscevo. Ad un’ipotetica ragazza qualunque, che abiti altrove, lontana dalle logiche della rete, dalle bibite gassate, lontana dalla nostra parvenza di abitudinaria civiltà. Una ragazza siriana, magari. O turca, palestinese, israeliana, irachena.
Mi sono sorpresa a pensare a come i miei noiosi pomeriggi potrebbero apparire ad una persona così. Uguale a me eppure intrappolata in una vita diversa dalla mia. Una vita che non ha scelto. Ho continuato a riflettere per un po’ finché, tramite associazioni ed analogie, non sono approdata su altri lidi mentali: di tanto in tanto mi capita di immaginarmi diversa, fatta non di carne ma di pensiero. Di tanto in tanto immagino che il pensiero sia fatto di carne e possa parlare con me. Oggi semplicemente ho pensato: se potesse dialogare con noi, cosa ci direbbe quest’onnisciente e strana creatura in merito alle nostre convinzioni e sicurezze di uomini “civili”?

“Ho il brutto vizio di essere curioso, seppure in me non possa incarnarsi curiosità. Mi interrogo su cause ed effetti delle vostre straordinarie routine, annoto senza scrivere ogni dettaglio e vi studio come foste cavie da laboratorio. Forse per il senso di colpa, o forse per noia, ho deciso di rendervi parte delle mie riflessioni, solo per questa volta.

Il vuoto è un concetto per lo più astratto per chi vive sul pianeta terra. Milioni e miliardi di anni hanno plasmato la mente dell’uomo attraverso la propria percezione della realtà, del sogno, dell’allucinazione. Luci, colori, forme geometriche, mutamenti in atto e compiuti, linguaggi diversi, verbali e non verbali, un climax di oggetti, soggetti, mondi abitati e leggi della natura hanno contribuito nel tempo a formare una concezione logica di ciò che gli esseri umani chiamano vita. La vita è presenza, è essere in un dato momento, in un dato spazio; la vita è poter percepire l’esterno tramite il contorno di ciò che vive in esso.
La morte è assenza. I morti non parlano, non mentono, non mangiano, forse persino non sognano. Eppure rimangono lì, chiusi tra quattro pareti di legno o affettuosamente uniti ai granelli della terra che li accoglie. La loro energia muta, continua a vivere dentro il mondo, dentro oggetti precostituiti, dentro dinamiche conosciute e materiali.

Il genere umano non conosce il vuoto. Ha il concetto di vuoto, la definizione di vuoto, il termine viene utilizzato da ogni esemplare miliardi di volte durante la sua vita. Nessun uomo però ne ha davvero contezza, abituato a cullarsi nelle proprie stanze tra la felicità per ciò che ha e la tristezza per ciò che perde. Io conosco il vuoto, conosco l’assenza. Conosco la dinamica fine di tutto, conosco la buia alternativa all’ossigeno, alla plastica, alla sabbia di una spiaggia bianca d’inizio estate. I miei occhi hanno incontrato i confini sconfinati del nulla, una caduta senza fine verso il punto di partenza, l’inamovibile opera aperta del vuoto che nulla pretende e nulla dà. Non c’è malinconia nell’assenza profonda, non c’è rimpianto o rimorso per ciò che non si è posseduto o ciò che si è detto, fatto, voluto. Non ci sono colori, non esiste il bianco pallido dei racconti cinematografici dell’aldilà, non c’è il nero abissale della narrativa della morte. Non c’è passione, non c’è emozione qui, in questa fascia senza atomi e senza limiti. Il genere umano non conosce il vuoto ma tenta di appropriarsi della sua idea, tirandolo, stiracchiandolo e smangiucchiandolo come un toast troppo cotto di prima mattina.

Eppure io, che umano non sono, riconosco il valore della presenza di un’assenza. Della mancanza dell’altro nella mia dimensione terrena che non ho. Io che non respiro e non parlo, io che non vivo se non secondo regole altre dal vostro pianeta, io che non sono e non esisto so cos’è che fa stridere i miei ingranaggi, lì dove dovrebbe esserci un cuore. Io che sono puro pensiero e come tale mi espando e mi ritraggo tra le vie invisibili delle vostre chiacchiere, vi guardo mentre vi affannate a racimolare testimonianze del vostro passaggio, a rubare e depredare i sogni degli altri per dare prova della vostra audacia. Vi guardo uccidere, rubare, lasciare che il prossimo vi si inginocchi davanti e vi dica: obbedisco.

Giorno dopo giorno, seppure il tempo mi è estraneo, mi modulo attraverso le azioni della vostra specie e vi osservo accumulare senza criterio stralci di presenza per poi perderli in pozze di sangue e piscio alla fine del giorno, lì dove avete dimenticato i vostri simili, dove vivere vuol dire morire e nient’altro. Nelle vostre presunte parole vincenti riesco a sentire l’eco di ciò che fingete di essere. Eppure è l’ammasso di connessioni che vi affannate a recidere a rendervi umani. Così, quando intorno a voi tutto diviene terra bruciata, e morte e distruzione e rabbia, umani non siete più. Esseri senza vita che camminano alle porte del sole, convinti di aver conquistato il paradiso, un passo più vicini all’inquietudine del vuoto.”

Da atea non credo in un dio, da semiologa credo in tutto ciò che può essere usato per mentire. La parola è parte del processo e può inchiodarci lì dove nascono le nostre speranze così come può liberarci dal male delle gabbie in cui ci rinchiudiamo ogni giorno. Mi piacerebbe sentirlo davvero, il pensiero che parla. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa realmente di ciò a cui abbiamo destinato la nostra intelligenza. Forse basterebbe guardarsi di più allo specchio, guardarsi di più negli occhi per capire chi siamo e a cosa siamo destinati. Forse dovremmo parlare di più e capirci di più per arrivare alla conclusione di essere tutti uguali e diversi nella stessa misura di uomini.

A cura di Malachina

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