Recensioni IndIavolate

Mamacita (Tintinnabula)

La Sicilia è, nel nostro Paese, la terra meticcia, eclettica, contraddittoria per eccellenza: greca, fenicia, araba, normanna, francese, spagnola, ha assorbito ogni cultura in sé, rielaborandola e creandone qualcosa di proprio. Lo stesso hanno fatto, con Mammacita, loro terzo album, i Tintinnabula, che di quella terra sono figli, mescolando generi, ritmi, strumenti e temi di mondi lontanissimi , dando così forma a un’opera eclettica, di una schizofrenia divertente e sorprendente.
Di sedici brani infatti è difficile trovarne uno anche lontanamente simile ad un altro, ma ciò non sorprende se si pensa che ad ispirarli sin dall’inizio, nel 2003, sono stati artisti diversissimi, come i led zeppelin e Vincio Capossela. Mammacita è uscito nel 2017, dopo un’intensa attività live che li ha portati a fare più di 100 concerti in giro per l’Italia e al raggiungimento di traguardi quali il secondo posto al Sanremo Rock festival.
Si parte in modo esplosivo con Money che potrebbe essere il manifesto dell’intera loro musica magmatica: titolo in inglese, parole tra italiano e spagnolo e sonorità che vanno dal hard rock alla ballata ritmata con variazioni e cambi improvvisi, ma ben studiati, di sonorità.
Con la seconda canzone, clochard, la fisarmonica, strumento tradizionale della loro terra emerge (per poi tornare in altri brani) nella sua potenza popolare, anche grazie all’insolito contrasto con la chitarra elettrica e con la loro voce graffiante e dirompente; voce che diventa malinconica e più tradizionale nel brano successivo, La mia resa, dal tema intimo e profondo e dai ritmi che ricordano inizialmente un po’ quelli di Giuliano Palma per poi crescere in intensità e volume.
In auto blu e mamma emerge con forza l’ironia che caratterizza la band, ironia che si coniuga a un’attenzione verso i simboli del nostro paese, raccontato in tutte le sue contraddizioni, tra crisi e sprechi, voglia di crescere e incapacità di farlo. Tema che poi torna in seguito con Viva mazzarà, che ci parla delle città del Sud, sempre più turistiche ma sempre più vuote, e con La voce del padrone(primo singolo estratto dall’album con discreto successo) solo apparentemente leggera narrazione della condizione dei lavoratori al giorno d’oggi, schiacciati tra richieste crescenti e stipendi calanti o inesistenti.
Pazzo e L’immensità costituiscono invece il cuore dell’album: la prima ha la potenza ipnotica delle danze popolari meridionali come la taranta, declinata in versione haevy metal; la seconda, cover cantata insieme a Don Backy, fa vedere la capacità della band di fare proprio anche il pop italiano degli anni sessanta, apparentemente così lontano.
L’album termina infine con due pezzi che mettono in luce l’influenza del cantautorato sulla band, con testi elaborati, accompagnati da basi più uniformi e in armonia (Amore amaro) o da un semplice pianoforte (Sottovoce), che conclude la narrazione di Mamacita in maniera sommessa, in interessante contrasto con l’inizio.
I Tintinnabula con quest’opera, fatta di varietà estrema sia tra brano e brano sia all’interno dei brani stessi, che possono durare da 46 secondi a 5 minuti, sembrano voler andare in esplorazione di quali siano i limiti di voce, di genere, di commistione, nella musica facendo sì che essa non annoi mai.

A cura di Calcabrina

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